Cecità – José Saramago
Scritto da Leonardo il 24 giugno 2011Non mi stupirei se Saramago, prima di scrivere Cecità, si sia bendato e abbia vissuto guardando il bianco per giorni e giorni. Ragazzi, questo è un libro. E’ una storia, una narrazione, una fantasia, una realtà parallela inventata ma in realtà trovata, scovata in ognuno di noi. Tutti noi siamo, in buona parte, affetti da cecità. Il premio Nobel portoghese ci prende per mano e, invece di accompagnarci, ci spinge, con forza, in un paese senza nome, con persone senza nome, dove tale incapacità di vedere si spinge alle estreme conseguenze. Fin dalle prime pagine, personalmente, ho avuto paura. Sono andato a dormire nei giorni che ho dedicato a tale lettura sempre pensando al mal bianco, sempre pensando al terrore di vedere una nube lattiginosa, bianca, smussata, apparire davanti ai miei occhi, e più nulla. Terrorizzato nel mio letto, avevo paura di aprire e chiudere gli occhi.
Io mi suggestiono, certo. Ma posso assicurarvi che se leggerete questo libro come l’ho letto io, entrando nella storia, dedicandogli molto tempo, vivendo quella realtà, il terrore di non vedere vi prenderà, e difficilmente vi lascerà.
Questo gioiello sotto forma di pagine ci racconta un contagio, di un’epidemia. Un’improvvisa epidemia di cecità, che colpisce tutti all’improvviso. Da un momento all’altro questa nube lattiginosa copre gli occhi di tutti, gettandoli nella più atroce disperazione e sconforto. I protagonisti fondamentali della storia sono i primissimi contagiati che, per disposizione del governo, vengono mandati in quarantena in un ex-manicomio. In questo manicomio sono sorvegliati dall’esercito, che ha mandato di sparare nel caso qualcuno faccia mosse strane, come uscire in giardino e camminare a caso (cosa può fare, un gruppo di ciechi, contro dei soldati armati di fucili che gli intimano di fermarsi?). Tutti i soldati hanno paura, paura di non vedere, paura di vedere chi non vede, vedere questi fantasmi dagli occhi perfetti ma che non vedono. E così reagiscono d’istinto, spesso e volentieri quando li vedono apparire. A questi pochi ciechi viene mandato del cibo, di tanto in tanto, con il quale devono sopravvivere. Devono andare verso i bagni, imparare gli angoli a cui girare, imparare a trovare il proprio letto, contandoli di volta in volta nella camerata (il 16° da sinistra, il 4° da destra). Ben presto in questo girone infernale vengono mandati tanti altri ciechi fino a diventare in 300 in una struttura che poteva ospitarne al massimo 240. L’ex manicomio diventa presto un teatro di nefandezze, degli istinti più bassi dell’individuo, dalla violenza alla impossibilità totale di pensare ad una cosa come l’igiene. I corridoi diventano appiccicosi di “urine, feci, sangue, vomito”, cadaveri di ciechi morti ancora non seppelliti dai compagni di camerata.
Tuttavia un caso particolare risplende in questo buio, la moglie del medico. Questa è l’unica, in questo paese, non contagiata. Lei Vede. Ma non può farlo sapere a tutti, perchè ben presto gli si chiederebbe di far tutto, di lavare e chissà cos’altro. Quindi serba il segreto, lei e il marito, per poi più avanti condividerlo con gli altri del suo gruppo.
Scene di una crudeltà inaudità vengono descritte quando un gruppo di ciechi “malvagi” prende tutto il cibo ed inizia a razziare beni (gioielli, orologi e qualsiasi altra cosa di valore che gli altri ciechi potevano avere con sè) per poi in cambio dare il cibo che, intanto, è diventata praticamente l’unica cosa a tenere in vita le persone, sia psicologicamente che fisicamente. Quando ad un certo punto i gioielli saranno finiti, questi malvagi, che detengono il potere perchè uno di loro ha una pistola, iniziano a chiedere alle camerate di mandare le loro donne. Arrivano così le scene di stupro di gruppo, descritte in maniera estremamente cruda dallo scrittore portoghese. Cruda, a dir poco. Forse crudele, sicuramente grottesca.
Non vado avanti con la storia perchè credo che, a questo punto, se vi ho incuriosito, allora siete pronti a procedere, se non vi ho incuriosito (forse perchè non mi sono espresso bene), questo libro non fa per voi, non lo vedete, forse.
Tale avvenimento è il simbolo della disumanità cui può portare una cecità collettiva, che non risparmia nessuno e che lascia gli uomini a se stessi. Questi non sono più nomi (“a che serve? non puoi riconoscermi.”), ne figure, questi sono voci. Voci che esprimono qualcosa. Ed in questo inferno di anime cieche ciò che può salvare è solo che si è, prima dell’arrivo del contagio.
Saramago dipinge con maestria un mondo terribile, nefasto, apocalittico di un paese lasciato a se stesso, alle razzie di uomini e cani, che ciecamente cercano cibo e acqua, o anche solo un posto dove dormire.
In definitiva, lo consiglio a chiunque pensi che la cecità è presente tra noi, e che molti, moltissimi (se non quasi tutti), non vedono.
Quarta di Copertina:
In un tempo e un luogo non precisati, all’improvviso l’intera popolazione perde la vista per un’inspiegabile epidemia. Chi viene colpito dal male è come avvolto in una nube lattiginosa. Le reazioni psicologiche sono devastanti, l’esplosione di terrore e di gratuita violenza inarrestabile, gli effetti della patologia sulla convivenza sociale drammatici. La cecità cancella ogni pietà e fa precipitare nella barbarie, scatenando un brutale istinto di sopravvivenza. Nella forma di un racconto fantastico Saramago disegna con maestria, essenzialità e nettezza la grande metafora di un’umanità bestiale e feroce, incapace di vedere e distinguere le cose razionalmente, artefice di abbrutimento, crudeltà, degradazione. Ne risulta un avvincente romanzo di valenza universale sull’indifferenza e l’egoismo, il potere e la sopraffazione, la guerra di tutti contro tutti, una dura denuncia del buio della ragione, con uno spiraglio di luce e salvezza che non ne annulla il pessimismo di fondo.
Leonardo
Alberto Oliverio – La vita nascosta del cervello
Scritto da Leonardo il 13 aprile 2011
Come potrete mai perdonarmi? E’ passato davvero troppo tempo dall’ultima volta che vi ho detto qualcosa. Sapete, di questi tempi avrei talmente tante cose da dire che, correndo tutte sugli stessi assoni (tanto per rimanere in tema), si incastrano tra loro e non arriva nessuna. Sì, il rapporto che ho avuto fino ad oggi con questo sito/blog è stato così. Aprivo la pagina, cancellavo i miliardi di commenti di spam che costantemente tartassano le povere formiche, e poi pensavo: potrei dire questo, o questo, o questo, ed alla fine nulla.
Ma oggi è diverso, oggi è diverso perchè non ce la faccio più a vedere il messaggio di buon anno come ultimo intervento! E non è possibile!
Bando agli indugi e rompiamo il ghiaccio, dunque, con questo bel libro che ho appena finito di leggere, la vita nascosta del cervello, di Oliverio.
Questo bel saggio ci prende per mano e ci accompagna nei meandri di quelle attività cerebrali automatiche, inconsapevoli, che però ci rendono ciò che siamo, e ci permettono di comportarci in maniera adeguata al contesto, di respirare, di scrivere, di ricordare e di dimenticare, di vivere insomma. Il primo concetto espresso dal libro ne è la colonna portante, in sostanza il fatto che gli uomini “ritengono (erroneamente) di avere pieno accesso alla coscienza e di essere consapevoli di gran parte dei processi mentali”. In realtà, come viene poi sviscerato per bene nel libro, ci sono alcuni aspetti dei nostri comportamenti e della nostra vita, come ad esempio la presa di decisioni, che sfuggono per gran parte al nostro controllo, condizionate da qualcosa che noi non possiamo neanche immaginare.
Il libro affronta domande come “Da cosa emerge la mente?”, e si cimenta in aspetti molto particolari del funzionamento cerebrale, come la memoria. Perchè ci si ricorda solo determinate cose? Perchè la rievocazione avviene in un determinato modo? Perchè nascono le false testimonanzie o i ricordi indotti? Come mai i nostri ricordi sono così labili?
Tutti i capitoli sono interessanti ed inoltre sono ricchi di indicazioni bibliografiche, per continuare la lettura su altri lidi o approfondire un argomento in particolare. Un altro capitolo che ho apprezzato è stato quello sulla creatività, dove viene sottolineato il ruolo della corteccia prefrontale e dello striato.
L’ultimo capitolo, quello sulle emozioni, è anche molto bello. Questo ripercorre l’argomento anche in chiave evoluzionistica, cosa che, in un’ottica neuroscientifica, è ormai molto diffusa ed anche necessaria.
Non vi dico altro, se non vi ho stuzzicato vuol dire che non fa per voi! Avverto che il libro è sì divulgativo, ma non esita in molti casi a scendere un po’ nel particolare. Niente di assurdo, comunque.
Sovraccoperta:
Le neuroscienze si sono inizialmente concentrate sugli aspetti più palesi del comportamento, quelli di cui abbiamo piena consapevolezza; ma l’animo umano è fatto anche di sentimenti inespressi, desideri latenti, ricordi sepolti, decisioni apparentemente immotivate, bivalenze emotive. Molti di questi aspetti della mente rimangono a livello inconscio, sono attività sotterranee che conferiscono una dimensione più complessa alla psiche. La celebre frase di Sigmund Freud: “L’Io non è padrone a casa sua”, trova oggi numerosi riscontri in ambiti come la memoria, i processi decisionali, le emozioni..
Dalla conoscenza di questa vita nascosta del cervello emerge un inconscio complesso e affascinante, sia pur diverso rispetto a quello freudiano
Buona Lettura!
Leonardo
La Fine dell’Eternità – Isaac Asimov
Scritto da Leonardo il 16 settembre 2010Care formiche buonasera.
Riprendiamo finalmente i contatti dopo un lungo periodo di assenza dovuto a miei concomitanti impegni, che, finalmente, non ho più. Vorrei dunque riaprire i nostri canali comunicativi partendo da una recensione, in particolare di un libro. Avrete già notato l’immagine di fianco, sì, è la copertina del libro di cui mi appresto a parlarvi, ovvero “La fine dell’Eternità” di Isaac Asimov. Mi sento da subito in dovere di dirvi, come lo dicessi a me stesso, che non sono un cultore dei libri di fantascienza, e, di conseguenza, conoscevo già Asimov più fama e sentito dire che per altro. Come sempre arrivo a questo libro per vie strane ed oscure (Dio è un bibliotecario.), ovvero leggendo l’introduzione di un mini-libro di quelle edizioni che si trovano in metropolitana. Appena lo ri-trovo vi indico anche il titolo. Comunque sta si parla in questa introduzione di viaggi nel tempo, di effetti del modificare una dimensione temporale per incidere su un’altra e via dicendo. Tuttavia il modo in cui se ne parla, un po’ criptico se vogliamo, e anche un po’ “ma il libro è troppo bello quindi lo conoscete per forza quindi è inutile che continuo” mi hanno invogliato a comprarlo, in una calda serata di due settimane fa. Dico sa subito che l’impaginazione dell’edizione mi ha infastidito leggermente, non so perchè ma me l’aspettavo diversa. Questo però ovviamente non è importante. Andiamo subito al libro e, come se ve lo steste sfogliando in una libreria, diamo un’occhiata alla quarta di copertina:
In un futuro ancora molto lontano l’uomo ha imparato a viaggiare nel tempo, spostandosi con disinvoltura da un secolo all’altro e organizzando traffici commerciali tra ere diverse. Il viaggio nel tempo permette anche di tenere l’umanità sotto rigido controllo, modificando tutto ciò che potrebbe gravi turbamenti nella storia. A effettuare i cambiamenti sono delegati gli analisti e i tecnici della chiusa casta degli Eterni, gli unici in grado di manipolare passato e futuro. Un giorno però Andrew Harlan, un giovane Eterno, si trova di fronte ad una scelta atroce: salvare l’Eternità o il suo amore, e non avrà dubbi. (…)
Trama da Wikipedia:
Il protagonista, Andrew Harlan, è un tecnico con una mansione un po’ particolare: il suo compito è di manipolare il tempo. Harlan fa parte della casta degli Eterni, uomini che dal XXVII secolo in poi hanno deciso di eliminare dalla realtà tutte le sue imperfezioni modificando la Storia. Ufficialmente conosciuta come organizzazione benevola dagli scopi umanitari, quella degli Eterni è una casta che ben presto Harlan inizierà ad odiare quando scoprirà che una delle milioni di modifiche della realtà che egli dovrà effettuare avrà come conseguenza la sparizione dalla Storia di Noys Lambent, una giovane donna del tempo normale con cui egli ha intrecciato una relazione. Ben presto però il protagonista scoprirà, suo malgrado, che molti secoli nel futuro risultano non accessibili a nessuno degli Eterni, nascondendo misteri ed intrighi più che mai inquietanti. Harlan giungerà alla scoperta dell’elemento peculiare che permette l’esistenza stessa dell’Eternità, e che gira intorno alla sua persona. Si ritroverà dunque a decidere le sorti del genere umano, quando scoprirà di poter decidere se cancellare per sempre l’Eternità e ridare alla Storia il suo corso imperfetto ma pur sempre libero. A seguito della cancellazione dell’eternità, quindi, l’umanità diventerà libera nella sua evoluzione culturale, storica e tecnologica. Questo le consentirà di sviluppare la nuova scienza dei viaggi interstellari, che le consentirà di colonizzare l’intera galassia e di costituire un impero galattico.
Allora, passiamo a vedere un po’ perchè ve lo consiglio. Innanzitutto lo consiglio perchè è decisamente scritto bene, bello e un po’ criptico e complesso da stuzzicare l’interesse e l’attenzione. Il tema trattato, ovvero il viaggio nel tempo con scopi commerciali e di controllo e inoltre ancora più interessante. Gli Eterni sono una chiusa casta potenzialmente immortale, in quanto grazie a questo luogo che è l’eternità possono viaggiare nel tempo modificando gli avvenimenti spostando ad esempio un oggetto di 10 centimetri su uno scaffale. Ci sono i tecnici (come Harlan, appunto), i calcolatori, i sociologi e via dicendo. Quotidianamente gli eterni uccidono milioni di persone per salvarne miliardi, e la storia perde le crisi e gli impatti, perdendosi in una sorta di andamento uniforme e monotòno, scandito solo dai cambi della moda. Harlan ben presto si accorge di quanto sia assurdo limitare gli uomini, le loro idee e i loro impulsi. Cosa ben indicata nel libro quando Andrew si accorge che in 30′000 anni, nonostante lo sviluppo commerciale e materiale, gli uomini non siano ancora riusciti ad abbandonare la terra e ad andare alle stelle. Questo perchè ogni volta che un uomo aveva un’idea simile, gli Eterni agivano e modificavano qualcosa in maniera tale che non l’avesse, evitando così tutti i morti che potevano esserci in un’impresa come popolare le stelle. Il tema del viaggio nel tempo e dei paradossi temporali è toccato più volte ed espresso in tutta la sua chiara evidenza.
Poi Andrew incontra Noys. Noys è una temporale, ovvero appartiene ad una determinata epoca. Grazie a speciale i permessi a volte i temporali possono entrare nell’eternità, per, diciamo così, stare con gli eterni. Vige comunque il divieto per gli eterni di parlare di ciò che fanno, pena l’espulsione e la messa in pericolo dell’intera Eternità. Ovviamente l’intera storia è condita da una trama anche romantica e amorosa del rapporto tra Noys e Andrew, per non parlare dei rapporti lavorativi di Andrew (antipatie, simpatie..). Ovviamente è l’incontro con Noys a stravolgere completamente la vita già scritta di Harlan portandolo, alla fine, a scegliere tra lei e l’Eternità stessa.
Insomma ve lo consiglio caldamente, inoltre, come scrive Giuseppe Lippi nell’introduzione:
E’ un racconto rarefatto, spigoloso, fatto ad angoli sghembi come la scenografia di un film espressionista. Ed è un racconto nero, immerso in un’atmosfera tesa, pessimista quanto è indispensabile alla ragione. (…) C’è un che di inquietante, in questo libro, che non si riesce facilmente a definire. Si ha l’impressione che sia notte, che il Tempo stringa e ci vorranno ancora molte ore prima che l’Eternità sia liquidata per sempre e al suo posto torni la Libertà.
Buona Lettura
Leonardo
Felicità Familiare – Lev N. Tolstoj
Scritto da Leonardo il 24 aprile 2010Ritorniamo al caro vecchio segnalibro con un racconto che ha una storia un po’ particolare. Sono arrivato all’acquisto di questo libro solo dopo aver letto una citazione contenuta nel libro “Nelle terre selvagge” di Jon Krakauer. Insomma il libro da cui è tratto il Film “Into the Wild” (ne abbiamo parlato, vi ricordate?). Ho dovuto chiedere un 2-3 librerie prima di trovarlo e da subito mi ha dato una sensazione diversa da quella che mi aspettavo. Una specie di preparazione alla sensazione che ho avuto quando l’ho finito, e di cui vi parlerò fra poco se ne avrete la pazienza.
Premetto anche che, diversamente da quanto qualcuno di voi potrebbe pensare, io di Tolstoj non avevo mai letto niente. Certo l’avevo sentito sicuramente nominare per grandi opere come Guerra e Pace, ma comunque non l’avevo mai letto. Ho anche visto che edizioni meno recenti della mia si trova con il nome di “La Felicità Domestica”, ma comunque è lo stesso identico scritto.
Devo dire anche che arrivo alla lettura di questo libro convinto che in esso si trovasse una delle radici della conclusione “Happiness is real only when shared” (La felicità è vera solo quando è condivisa) raggiunta da Chris, il ragazzo dalla cui storia nasce il film sopracitato. Convinto dunque che in quel libro si nascondesse una sorta di rivisitazione filosofica del concetto di felicità e famiglia, di condivisione e armonia. Cosa che tra l’altro anche il titolo suggeriva.
Al contrario, e si incomincia ad avvertire qualcosa già all’inizio, ben presto ci si rende conto infatti che il libro va nella direzione diametralmente opposta.
La storia si compone in due parti fondamentali.
La Prima Parte
Nella prima parte l’esordio si ambienta immediatamente dopo la morte del padre di Masa, la protagonista del racconto, che tra l’altro narra la storia in prima persona e dunque è sempre il suo il punto di vista. Questa racconta che dopo la morte del padre e della madre lei vive in campagna con la piccola Sonja e con Katja, la loro badante/nutrice. A causa proprio di queste due perdite Masa è in uno stato di apatia, non riuscendo a non fare niente e sentendo di star sprecando il tempo della sua bellezza e giovinezza.
La perdita della mamma era stata per me un gran dolore, ma devo confessare che al di là di questo dolore sentivo pure che ero giovane, bella, come tutti mi dicevano, e che, ecco, sciupavo già il secondo inverno inutilmente nella solitudine, in campagna. Verso la fine dell’inverno, questo senso di angoscia della solitudine, e semplicemente di noia, si accrebbe a tal segno che non uscivo dalla camera, non aprivo il pianoforte, non prendevo un libro in mano.”
L’unico raggio di sole in questo buio sono le visite di Sergej, vecchio amico del padre e loro tutore. Le sue visite inizialmente hanno un fine meramente pratico e amministrativo poichè è lui che gestisce l’economia della famiglia. In realtà si avverte il legame tra Sergej e Masa fin dalle prime righe, tanto è che le visite diventano più frequenti ed anche prive di intenti gestionali. Sergej invita Masa a suonare il pianoforte per lui e non manca mai di notarne e apprezzarne la bellezza e le doti.
E così che Masa incomincia ad innamorarsi segretamente di Sergej, non badando alla grande differenza di età che li separa, pensando solo a loro due e a come sarebbe potuta essere felice la loro esistenza insieme. Lui è un personaggio solare, sempre allegro e di buon umore, che apprezza la vita solitaria in campagna, lontana dalla città e dalla mondanità. Lei sembra condividere appieno questo modus vivendi ed il condividere questi intenti fomenta ancora di più il suo amore per il tutore. Questo ben presto mangia la foglia e viene anche scoperto da Masa mentre è in giardino a giocherellare con un fiore pronunciando il suo nome. Sergej ha paura della differenza di età e del fatto che lei, giovane e bella come è, indubbiamente dopo poco avrebbe desiderato la città e l’ammirazione, i balli e le feste. Tuttavia Masa lo rassicura dicendo che questo non sarebbe mai accaduto, così, tra pochi invitati, ha luogo il matrimonio di Sergej e Masa. E’ in questa parte del libro che si raggiunge l’apice della “Felicità“. Da qui in poi assisteremo ad un lento declino.
La Seconda Parte
Dopo sposati i due vanno a vivere in campagna e passano mesi insieme caratterizzati da immensa felicità e da amore pervasivo dell’uno verso l’altro. Masa infatti parla del senso della vita proprio come del viver per l’altro, con amore per l’altro e non soddisfare i bisogni del proprio amato. Lei è sempre in casa a fare faccende mentre Lui spesso esce per lavoro e per trattare con i contadini dei terreni.
Ben presto Masa accusa noia e lo fa notare a Sergej che ovviamente incomincia a capire ed a pensare “avevo ragione”, senza ovviamente dirlo. Quando si presenterà la possibilità i due andranno in città, a Pietroburgo, dove Masa incomincerà a frequentare feste mondane alle quali ovviamente trascinerà anche Sergej, il quale non cambierà mai la sua posizione in merito al disprezzo per le feste, i balli, il lusso e le dinamiche del vivere mondano. Piuttosto però, anche a causa del suo atteggiamento paternalistico nei confronti di Masa, l’accompagna e le permette di trarre soddisfazione da queste feste (in seguito la stessa Masa tra le lacrime glielo rinfaccerà: – Perchè non mi hai fermato? -). In primis lei è trattata come la reginetta delle feste, come la più bella di Russia e così via. Dopo una decina di pagine spunterà ovviamente un’altra ragazza che sarà trattata allo stesso modo, stoccata doverosa di Tolstoj alla caducità e all’assoluto non-sense del concetto di luci della ribalta. E’ qui che il rapporto tra Sergej incomincia a incrinarsi seriamente e si spezza definitivamente quando Masa si accorge che forse lei stessa non lo ama più, o magari non lo ama più nello stesso modo. Intanto la coppia ha avuto dei figli ed anche riguardo a loro c’è una parentesi interessante aperta dall’autore. Infatti mentre Sergej passa molto tempo con loro, leggendogli storie e giocandoci, Masa non ha mai tempo per loro (cosa per la quale più volte cerca di giustificarsi). La fine del libro, come potete immaginare, va verso la disgregazione dell’amore tra i due, e della costruzione per Masa di qualcosa di nuovo.
Da quel giorno ebbe fine il mio romanzo con mio marito. L’antico amore mi divenne una rimembranza cara e irrevocabile, e un nuovo sentimento d’amore per i miei bambini e per il padre dei miei bambini mise principio per me a un’altra vita, oramai del tutto diversamente felice, e che io non ho ancora finito di vivere nel momento presente
Tolstoj lascia dunque un finale aperto.
A livello stilistico come dicevo prima il libro è in prima persona, dal punto di vista di Masa. L’autore anche a livello lessicale gioca molto sulle contrapposizioni; nella primissima parte del libro troviamo molti non potevo, non facevo, non volevo. Dopo invece potevo, amavo, pensavo, desideravo.
Grande importanza è data anche al livello metaforico della descrizione del tempo atmosferico, sempre minuziosa.
All’inizio infatti (durante l’innamoramento) c’è sempre il sole e serate con bellissimi tramonti. Le notti, ovviamente, stellate. Nella seconda parte del libro la pioggia cade inesorabile.
Conclusioni:
Come avrete ora potuto capire il libro non tratta della felicità familiare, riscontrabile solo in un paio di pagine sul totale. In realtà Tolstoj sembra esprimere una certa miscredenza nei confronti dell’istituzione famiglia. Le incomprensioni ed i rancori regnano sovrani e le due persone non riescono a sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda.
Cosa è successo tra Sergej e Masa?
Sarà stata la differenza di età o la vita mondana di Pietroburgo, Tolstoj sembra affermare “si sapeva che andava a finire così“. Eppure ci lascia un finale aperto, cosa sarà successo dopo?
Buona vita
Leonardo
Raccontami e Lascia che ti Racconti – Jorge Bucay
Scritto da Riccardo il 1 febbraio 2010Generalmente non sono il tipo da mettersi a scrivere ma se ciò può significare condividere, come voi prima di me, qualche interessante lettura allora oggi sono ben lieto di rompere il mio schema e di “presentare” due libri.
Sono del medesimo Autore, Jorge Bucay, psicoterapeuta Argentino. Il primo si intitola “Raccontami”. È una simpaticissima quanto geniale raccolta di storielle e racconti dell’autore che esprimono il suo pensiero riguardo temi prettamente incentrati sull’individuo, del suo rapporto con la Realtà e col prossimo, e sull’intrinseco anelito umano di felicità. Realista dal più profondo dell’anima, ma mai pessimista o disfattista, anzi genuinamente ottimista, l’autore lascia che sia la morale celata dietro ogni storia o la potenza di alcuni semplici concetti a fornire uno stimolo per riflettere ed evolversi. Ogni storia, travolgente o pacata che sia, nelle forme e nei significati, è una lezione, un potenziale nuovo punto di vista.
Il secondo: “Lascia che ti racconti” è filosoficamente molto simile al primo in quanto consistente in una variegata raccolta di storie ma, a differenza del primo, inserite all’interno di un’immaginaria serie di sedute psicoterapeutiche tenute dallo stesso Autore ad un ragazzo, Demiàn. I problemi presentati da Demiàn durante tali sedute forniscono di volta in volta lo spunto a Jorge per narrare una storia. Sarà la lezione contenuta in ciascuna e le riflessioni che ne conseguiranno a fornire al giovane Demiàn, così come al lettore, la saggezza necessaria ad affrontare le sfide che quotidianamente gli si presentano.
Amo definire questo libro un Diamante “Lavorato”, in contrapposizione a “Raccontami” che definirei un Diamante Grezzo, in virtù di questa bravura dell’autore di inserire i racconti in contesti di vita di vissuta, e di esplicitare alcuni dettagli riguardo le storielle altrimenti non facili da comprendere o da interpretare.
Concludo sbilanciandomi col mio Personale Pensiero. Potenti oltre ogni immaginazione.
Di sotto ho inserito il link in cui potrete leggere la prima storiella di “Lascia che ti racconti” come “assaggio”.
Vai al racconto!
Riccardo
Neuro-Mania di Paolo Legrenzi & Carlo Umiltà
Scritto da Leonardo il 18 gennaio 2010Ritorniamo con le nostre rubriche con un libro più specifico, di carattere simil-accademico. Neuro-mania è un libro che nasce con un preciso obiettivo: Sensibilizzare il ‘grande’ pubblico (così come i più esperti in materia) rispetto al problema del (lo chiameremo così) neuroabuso. Negli ultimi tempi si è registrato un aumento esponenziale delle ricerche e degli studi su rapporti di causalità (come se fosse facile) tra eventi mentali e e attività corticale localizzata. Insomma si leggono cose del tipo “Scoperto il centro del cervello che si attiva quando si guarda un’opera d’arte”. Questo ha contribuito ovviamente alla nascita di vere e proprie discipline che, applicando il suffisso neuro- , studiano i correlati anatomo-funzionali delle più disparate funzioni. Andiamo dalla neuroestetica alla neuroteologia, dalla neuroeconomia alla neuroetica. O forse, nello spirito del libro in oggetto, pretendono di poter stabilire i correlati di questi processi superiori. Il libro è relativamente piccolo e molto facile e rapido da leggere, i concetti non sono pochi e la tesi finale è chiara dall’inizio alla fine.
Attenzione a questi studi (forse) fasulli sulle corrispondenze corticali!
Ad avvalorare la tesi sono riportati numerosi esperimenti, alcuni proprio riguardo l’effetto che una serie di informazioni neurocaratterizzate può avere sul lettore medio, sullo studente di neuroscienze e sul professore. Uno di questi studi dimostra infatti che una notizia che noi giudicheremmo falsa, se corredata da informazioni tipo – inoltre è stata rilevata l’attività della corteccia frontale..- può farci cambiare idea, a volte al punto da farcela ritenere vera. Inoltre lo stesso effetto si registra sia nei totali ignoranti in materia sia negli studenti di neuroscienze (che si presume siano più informati in materia), e solo nei professori non si registra (non ne siamo immuni dunque!).
Nel primo capitolo -Alle origini della relazione mente-cervello – gli autori ci dipingono un quadro di insieme sugli studi dei correlati corticali. Dai metodi che si utilizzavano prima del neuroimaging (es. gli studi di Broca) al dominio di questi (fRMI, PET…). In un interessante paragrafo si approfondisce il concetto di Sottrazione Cognitiva, molto importante effettivamente nell’approccio allo studio delle neuroimmagini ed ai possibili (come nel nostro caso) inganni che ne possono seguire. Nei paragrafi successivi si affronta il tema dei neuroni mirror (neuroni specchio) con le ricerche di Rizzolatti sulla loro localizzazione e ruolo (vedi So quel che fai di G. Rizzolatti e C. Sinigaglia).
Nel secondo capitolo – Mente, Corpo e spiegazioni del comportamento – si entra un po’ più nello specifico. C’è una panoramica sui processi mentali, cosa sono e da cosa sono caratterizzati. Un’altra cosa interessante è la parentesi che Legrenzi apre sul concetto di Reverse Engineering (Progettazione alla Rovescia) architrave degli studi delle Scienze Cognitive (vedi Prima Lezione di Scienze Cognitive – P. Legrenzi per una trattazione più completa). Allo stesso modo un paio di pagine sono dedicate alla trattazione (più marcatamente teoretica) della visione dell’uomo, così come di quale sia stato il percorso del pensiero filosofico che ha portato allo stato attuale. Da queste parti ritroviamo una descrizione più ampia dell’esperimento sopracitato sul fascino delle spiegazioni neuro- corredate, le condizioni ed i metodi di rilevazione. Importante è anche l’applicazione del principio di alternanza figura-sfondo, basilare nella psicologia della percezione ma anche (soprattutto in tempi recenti) nella psicologia delle decisioni e del pensiero. Si vede infatti come questo possa essere usato anche per spiegare certi fenomeni di ‘meraviglia’ così come di ‘illusione’ e sottostima dell’errore.
Il libro si conclude con un leggero approfondimento dei campi della neuroeconomica, neuroestetica, neuroteologia, neuroetica, neuromarketing e neurodesign.
In conclusione un libretto piccolino, interessante nella tematica e abbastanza decente come contenuti, può sempre far comodo da tenere in libreria!
Agli studenti: Occhio agli esperimenti dunque!
Jonathan Swift. Ultima e postuma modesta proposta. Il biografo di Gulliver parla di demografia – Serena Gana Cavallo
Scritto da Leonardo il 11 gennaio 2010Ritorniamo alla nostra rubrica Segnalibro con un libro che ha destato il mio interesse in maniera totalmente inaspettata. Ero arrivato troppo presto alla biblioteca in via Luca Giordano (dove vado in questo periodo per studiare), così ho pensato di andare a dare un’occhiata da Guida Merliani, che tanto io in libreria ci passerei le ore intere. Mi guardo un po’ intorno, chiedo della sezione psicologia e incomincio a dare un’occhiata. Ad un certo punto sulla destra vedo il pannello di tutti i libri edizioni Guida, precisamente la collana “Autentico Falso d’Autore”. Un po’ incuriosito mi soffermo su qualche titolo ma tutto sommato niente che attiri la mia attenzione. Ad un certo punto sulla sinistra vedo quel nome, Swift. Non sapendo in realtà come funziona la collana e cosa significhi autentico falso d’autore lo compro, e non me ne sono affatto pentito. La quarta di copertina recita: “Un grande viaggiatore del pensiero invia la sua estrema testimonianza ad un uomo che lo aveva affascinato per i suoi viaggi straordinari. Forse Swift si aspettava da Gulliver un commento di carattere scientifico, essendo questi un medico. O forse pensava che solo chi aveva visto mondi così vari ed inconsueti da esser tacciato da visionario potesse giudicare un testo che si proiettava in un futuro così lontano. Non sapremo mai se ebbe risposta né possiamo capire perché Gulliver avesse nascosto con tanta cura quello scritto che adesso, per vie inesplicabili, è giunto fino a noi…“. A prima vista il libro è molto sottile, veloce da leggere, rapido, tagliente.
Esattamente come io li preferisco.
In realtà il nome Swift aveva esercitato quella attenzione su di me perchè, dopo un po’ di letture che sto facendo sull’utopia, ho scoperto che L’autore dei celeberrimi “Viaggi di Gulliver” altro non era che un violento commentatore dei suoi tempi, un acceso moralista, un fervente analista della società e dei costumi. Approfondendo allora si scopre che ogni isola in cui finisce Gulliver rappresenta una parte della società che Swift vuole criticare e attaccare. Vedendo allora che questo autore parlava di demografia e vedendo nella quarta di copertina che era “un testo che si proiettava in un futuro così lontano” ho pensato: “Vediamo che ci caccia questo nostradamus classe 1667!”
Passiamo comunque al libro:
Dalla presentazione dell’autrice apprendiamo di come ella sia venuta in possesso del manoscritto. In un modo interessante e curioso forse quanto tante trame di ritrovamenti. In una specie di sottofondo del coperchio di uno scrigno comprato da un rigattiere in Svizzera, sul cui coperchio (dopo una lucidata) apparivano le iniziali L G, ovvero Lemuel Gulliver. Chissà che emozione a trovare queste pagine inedite, sconosciute ai più, leggerle per prima e poi deciderla di darle alle stampe, cosa in cui, come vedremo dopo, lo stesso Swift disperava. Dico da subito che il libro è pieno zeppo di auto-celebrazioni, auto-citazioni etc etc. Già tra le prime righe possiamo ravvisare qualcosa del genere: ” (…) per un verso temevo di recare un qualche pregiudizio ad una notorietà e ad una stima ormai consolidata nel tempo, perchè la stolida pianta dell’incredulità saccente alligna, e sempre allignerà nelle menti di molti. Per un altro, tuttavia, poichè nel corso della mia vita io composi le mie opere, ancor prima ed ancor meno che per la fama (che comunque non ho in spregio), nel rispetto assoluto della Verità e per il Pubblico Bene, ritenevo di dover compiere fino in fondo la missione che mi ero data.” Ed ecco che va agli stampatori: “Spero solo di trovare uno stampatore abbastanza sagace e privo di quella proterva fede nella razionalità (…)“. Poco dopo su se stesso: “Voglio ancora qui ripetere che i cardini della materia in questione sono solo due: i valore editoriale della riesumazione di scritti ancora ignoti di un autore di indubbia fama (si scusi l’immodestia) (…)“. Swift dipinge un quadro più che ottimistico di ciò che accadrà nel futuro all’Europa civilizzata, dalla convergenza tra Tecnica, ingegno e scienza a “l’armoniosa convivenza di tutti i suoi popoli [dell'Europa]“. Un “futuro prospero” e “l’apertura dei commerci” e la “benedizione di un onesto lavoro” per sempre più uomini e donne. Acutamente l’autore prevede che, nei paesi più civilizzati e industrializzati, si “ridurrà sensibilmente la quantità della prole” e, nonostante la visione paritaria che ha dell’uomo e della donna (”dando noi per scontato che l’ingegno e le capacità umane siano ugualmente distribuiti nei due sessi” non dimentichiamo a che anni risale lo scritto, inizio del 1700). Rilevando con perspicacia che ben presto queste possibilità lavorative delle donne andranno incontro a dei problemi “(…) E come può conciliarsi con i tempi e con le limitazioni fisiche , con i vincoli precisi e scanditi che la Natura impone alla donna gravida, alla partoriente? La soluzione di questo dilemma può trovarsi o in una rinuncia perpetua delle donne ad ogni impegno che le allontani dai domestici lari, o in una sempre più decisa resistenza ad adempiere alla funzione riproduttiva“. Quest’ultima affermazione mi sembra molto attuale. Quante sono le donne che, pur di far carriera o trovare soddisfazione nel lavoro (cose che io non giudico sbagliate, per lo meno entro un certo limite), fanno pochi figli o nel peggiore dei casi non ne fanno affatto? Nelle righe successive c’è uno scivolone di Swift (a questi tempi dire una cosa del genere sarebbe significato incorrere in 7600 querele, fiaccolate, manifestazioni): “Purtroppo però nella nostra società è quasi fuor discussione che le donne siano incapaci di conversare. Di conversare, intendo, di argomenti generali, della cultura, della politica, della storia, ma ad esse è lasciato libero un separato recinto in cui gli argomenti sono le sete, i pizzi, i vestiti. Ebbi quindi a dire che le donne, che sembrano acconciarsi di buon grado a questa forma di limitato pensiero e di ristretta comunicazione, mi vien fatto di ritenere che appartengano ad una specie non umana, ma di poco superiore alle scimmie.“. Subito dopo, però: ” (…) sottrarre le donne, nei tempi prosperi che verranno, alla possibilità di concorrere al lavoro e -perchè no- al successo (…) mi sembrerebbe esecrando.”
Insomma un testo molto interessante, sicuramente.
Peccato che, se non si è capito, non l’ha scritto davvero Swift. E questa è la peculiarità della collana “Autentici falsi d’autore di Guida”. Lo so, questa cosa non l’ho chiarita subito, è vero. Ma è più divertente e interessante leggere questo libro inquadrandolo in quella cultura, piuttosto che nella nostra. Brava dunque a Serena Gana Cavallo, l’autrice reale, ed un piccolo appunto alla casa editrice Guida.
La prossima volta fatemelo capire anche a me prima che non l’ha scritto veramente Swift
Alla prossima
Leonardo
Disobbedienza Civile – Henry D. Thoreau
Scritto da Leonardo il 16 ottobre 2009Torniamo finalmente alla nostra categoria Segnalibro, oggi vi parlerò di Disobbedienza Civile di Thoreau. Dico da subito che esula un po’ dai generi di cui normalmente si parla sul sito, non parliamo dunque di un romanzo. Parliamo anzi di due saggi, di chiaro stampo filosofico. Prima di lanciarci nell’analisi del testo vi do qualche ragguaglio sul perchè Thoreau, incominciando a spiegarvi come mai mi sia ritrovato questo esile libricino tra le mani. Il nome di Thoreau è nella lista che Christopher John McCandless (alias Alexander Supertramp) redige durante il suo ritorno nella natura. Se non ricordate bene vi dirò che Christopher è il ragazzo la cui storia ha portato al film “Into The Wild” (di cui abbiamo parlato anche qui sul sito). Nell’agenda che venne ritrovata vi erano infatti annotati gli autori che l’avevano inspirato tra cui spiccava la figura di Thoreau. Ed in particolare il lavoro “Walden. Vita nei Boschi.” di quest’ultimo. A questo punto dovreste chiedervi: allora perchè non parliamo di quello? non l’hai letto? Vi risponderò che in realtà Walden giace ancora sul mio scaffale ed ha dovuto cedere il passo a Disobbedienza Civile, la cui precedenza deriva dalla maggiore sottigliezza (ho una naturale inclinazione ad essere un po’ restio verso i libri molto lunghi). Ed è per questo che mi sono dedicato alla lettura di Civil Disobedience, oltre al fatto (che ho scoperto da poco) che questo potrebbe essere considerato una sorta di completamento del Walden, considerato il masterpiece per eccellenza. Andiamo avanti con l’introduzione:
Chi è Thoreau?
Allora, Henry David Thoreau nasce nel 1817 a Concord (Massachussets) negli USA. Si Laurea ad Harvard nel 1837. Da quello che ho capito è da subito molto interessato
alla filosofia, al rapporto dell’uomo con la natura, e subisce varie contaminazioni dalle filosofie orientali (come il credere nella reincarnazione, prendendo il fiume come simbolo della vita che si rinnova). Praticamente da subito Thoreau manifesta una certa intolleranza verso il governo e le sue scelte, tanto è che nel 1845 si reca a vivere in una capanna costruita da lui stesso sulle sponde del lago Walden. Rimarrà lì due anni, dove si dedicherà completamente alla scrittura, alla contemplazione e all’osservazione della natura. Nel 1847 farà ritorno a Concord ed andrà a stare con il suo amico e mentore Ralph Waldo Emerson e la famiglia. Intanto nel 1846 si era rifiutato di pagare le tasse e qualche anno dopo fu arrestato (passò solo una notte in prigione perchè la zia spontaneamente pagò le tasse per lui). Nel 1849 scrisse Disobbedienza Civile e nel 1854 pubblicò Walden, dove aveva riposto tutte le considerazioni maturate durante il soggiorno nella natura. Muore nel 1862, a Concord.
Perfetto, ora passiamo al libro.
Disobbedienza Civile come dicevamo scritto nel 1849 quindi in un periodo che potremmo definire “maturo” della sua produzione, Thoreau ha già avuto rapporti stretti con Emerson ed è reduce da un esperienza di prigionia (sebbene di un solo giorno) oltre ad essere tornato da una permanenza di due anni in una capanna nella natura più selvaggia, into the wild. In questo libro Thoreau manifestava apertamente la sua opposizione al conflitto messicano-statunitense, affermando che questo non poteva esserci qualora fosse venuto a mancare il supporto economico dei cittadini, ovvero il pagamento delle tasse. E’ per questo che lui non le pagò più ed accettò la pena del carcere che il suo gesto comportò. Oltre a ciò dichiarava che era assolutamente giusto e corretto ribellarsi al governo nel caso in cui questo sbagliasse. Nonostante Thoreau nel libro parlì apertamente di un possibile e giustificato utilizzo della forza contro il governo, il libro per il suo spessore ed il suo significato pare abbia inspirato personalità come Tolstoj, Gandhi e Martin Luther King.
Il Primo Saggio. Disobbedienza Civile.
Il primo saggio esordisce in questo modo:
“Il governo migliore è quello che governa meno” e, poco dopo “Il governo migliore è quello che non governa affatto.”
Insomma Thoreau ci dice che il governo è solo un espediente, un organo creato dall’uomo per gestire una determinata mole di situazioni. Nel caso in cui tale governo non sia più espressione degli ideali dell’uomo e diventi altresì espressioni di ideali propri l’uomo è legittimato ad agire con la forza per contrastarlo. L’uomo, dice Thoreau, non deve votare per qualcuno che si avvicina di più ai propri ideali, poichè in questo modo comunque alimenta il sistema. Non bisogna dunque opporsi a quello che è il governo attraverso la strada che lo stesso governo ha stabilito (Es: la proposta di riforme). Questo si rivela inutile in quanto ogni proposta (se rivoluzionaria) non arriva mai intonsa alla conferma e si perde nei meandri della burocrazia. Thoreau per primo dunque, mette in atto ciò che promuove, smettendo di pagare le tasse. Prima, quelle dovute per il mantenimento della chiesa del paese. A questo riguardo lo stesso autore riporta nel saggio che la tassa fu pagata da qualcun’altro al posto suo (sarà stata ancora la zia), tuttavia lui desiderava che la gente sapesse che lui si era rifiutato di pagare. Così si recò al comune e fece redigere un avviso ad hoc. L’avviso riportava:
Sia noto a tutti con questo documento che io, Henry David Thoreau, non desidero essere considerato membro di alcuna società alla quale non ho aderito”.
Thoreau riporta che lo Stato non gli fece più richiesta di tasse per la chiesa del paese. Nel secondo caso si rifiutò invece di pagare le tasse per il sostenimento della guerra con il Messico. Stavolta si rifiutò di farlo per molto tempo, fino a che ad un certo punto fu arrestato e poi imprigionato. Passò solo una notte in prigione, eppure, come racconta nel libro, non ne soffrì affatto. Basti pensare a quello che dice riguardo quest’esperienza: “Non mi sentii imprigionato neanche un momento. I muri mi sembravano un grande spreco di pietra e malta.” Anzi, ringrazia dell’opportunità. Perchè? Perchè, lui dice, che dalla finestra della cella aveva la possibilità di osservare da un diverso punto di vista il paese, così come nel silenzio della prigione poteva ascoltarne i rumori, entrando così in un rapporto più confidenziale con il paese. Thoreau si pronuncia in qualche modo anche sulla violenza perpetrata nei suoi confronti (in qualità di prigioniero) dalle guardie. Di questa non sembra lamentarsi, anzi, dice che il governo in questo modo dimostrava la sua stupidità, per due motivi.
1) Non capiva che colpire il suo corpo non avrebbe ottenuto nessun risultato.
2) Si accaniva con gli individui di cui doveva invece far tesoro.
A tal proposito l’autore afferma:
“Capii che lo Stato era stupido, che era insicuro come una donna nubile in mezzo alla sua argenteria, e che non sapeva distinguere gli amici dai nemici. Persi tutto il rispetto che mi era rimasto nei suoi confronti e lo compatii.”
Per quanto riguarda le tasse Thoreau ritiene che non sia tanto il denaro il problema (”Il dollaro è innocente”) bensì la destinazione del denaro, l’atto del pagare qualcosa in cui non si crede. Anzi, ancor peggio era, per Thoreau, il momento in cui una persona pagava le tasse e poi si lamentava del governo. A tal proposito afferma: “Se metto deliberatamente la testa nel fuoco, non c’è possibilità di appello al fuoco o al creatore del Fuoco e non mi resta che rimproverare me stesso“. L’invito è dunque ad una reazione, ad una presa di consapevolezza, ad un’opposizione mirata e coerente, qualcosa che forse John Brown aveva fatto. E’ così, infatti, che passeremo a trattare del secondo saggio.
Il Secondo Saggio. In Difesa del Capitano John Brown.
Eccoci dunque arrivati al secondo saggio, ugualmente importante e denso di significato. Dunque, apprendiamo facilmente dal titolo che è un saggio apologetico nei confronti della figura di John Brown. Quest’ultimo era figlio di un rifornitore di vettovaglie all’esercito degli USA ed ebbe così la possibilità di vivere l’esperienza dell’esercito, forse anche di più di un soldato semplice, dato che ne conosceva i retroscena e c’era anche alle cene degli ufficiali. Quando ebbe la possibiità di concorrere ad un posto di ufficiale però non volle, perchè pare gli ripugnasse quella dimensione. Così John Brown condusse una vita lontana dall’esercito e dalla guerra. Ad un certo punto della sua vita Brown intraprese un viaggio con un drappello di uomini, fidatissimi, ed estremamente selezionati da lui stesso (erano in 12, basti pensare che di questi alcuni erano i suoi stessi figli). Con questi attraversò gli USA promuovendo l’abolizione della schiavitù, anche con la violenza ed in efferata opposizione al governo e alle sue misure di repressione. Thoreau riporta che in tantissimi casi egli veniva arrestato ma, al momento della sua deposizione in tribunale, tutti non sapevano più cosa dire tale era la forza delle sue parole. Arriverà poi un momento in cui Brown viene arrestato ed infine punito con pena di morte, tramite impiccagione. A questo punto Thoreau ci racconta di cosa ne dissero i giornali, tutti incominciarono a chiamarlo un pazzo, un’idiota e quant’altro. Da subito il filosofo difese a spada tratta il capitano Brown parlando di lui come un eroe, come uno dei pochi uomini mai vissuti e, di seguito, morti, della storia degli Stati Uniti. A tal proposito Thoreau afferma:
Per morire, bisogna prima aver vissuto. [...] Da quando il mondo ha avuto inizio sono morti solo una mezza dozzina, o giù di lì.
Ciò che disgustava l’autore più di tutto era il fatto che queste persone non mostravano alcun rispetto per quest’uomo che si era battuto ed aveva perso la vita per i suoi ideali, nonostante ritenesse che “quest’uomo non ha alcun bisogno del vostro rispetto“. Così come rispettava i suoi ideali Thoreau rispettava anche i metodi di Brown, o per lo meno non li condannava. Parliamo ovviamente delle armi, della violenza. Non devo aggiungere altro alle parole di Thoreau che, sebbene dirette ed esigue, rendono perfettamente l’idea del suo pensiero.
Il punto non è l’arma, è lo spirito con la quale la si usa.
Tutta la sua ammirazione va a Brown e al suo gruppo. Secondo Thoreau individui come Brown “insegnandoci come si muore, ci insegnano al contempo come vivere”. Rivolgendosi poi a chi lo chiama idiota e pazzo esprime tutto il suo rancore. Questi infatti “parlano come se la morte di un uomo fosse un fallimento, e il prolungamento della sua vita, di qualunque genere essa sia, un successo”.
E’ evidente in Thoreau un senso di disapprovazione per il muoversi del Governo, che tra l’altro secondo lo scrittore sbaglia anche nel credere che uccidendo Brown abbia eliminato completamente il pericolo. L’impiccagione del capitano ha solo invece ottenuto l’effetto contrario, dalla sua polvere ne nasceranno altri, come, se non meglio di lui. Coloro infatti che ritengono che così la minaccia sia evaporata
non sanno che il frutto è come il seme e che, nel mondo morale, quando viene piantato un buon seme, il buon frutto è immancabile, indipendentemente dal fatto che lo innaffiamo o lo coltiviamo, che quando si pianta, o si seppellisce, un eroe sul campo, spunterà di sicuro una messe di eroi. Si tratta di un seme di tale forza e vitalità che non chiede il nostro permesso per germogliare.
A questo punto dovrei chiedervi, cosa ne pensate?
A mio modesto parere i due saggi di Thoreau sono scritti benissimo, sono divulgativi e comprensibili, densi ma scorrevoli, mai stucchevoli e pedanti. Sarà che apprezzo la causa trascendentalista ma io da subito sono stato attratto dalla sua prosa. Alcuni ritengono che Thoreau sia uno degli scrittori (e delle menti) americane più trascurate della storia. A buon ragione potrei essere d’accordo dal momento che fino alla visione del film Into The Wild e del film L’attimo Fuggente, in cui sono citati sue frasi o il suo nome, non ero a conoscenza della sua ideologia. Sarà che questo trascendentalismo si avvicina molto al romanticismo, sarà il freddo dell’inverno, sarà che sono particolarmente incline in questo periodo al rapporto con la natura, domani, inizio il Walden.
Leonardo
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La Prosivendola – Daniel Pennac
Scritto da Leonardo il 25 agosto 2009
Eccoci al terzo capitolo del ciclo Malaussene! L’ultimo per adesso, l’altro lo sto ancora leggendo. Dunque dunque, protagonista sempre il nostro capro espiatorio, Benjamin Malaussene. Stavolta alle prese con una proposta della Regina Zabo (la capa delle Edizioni del Taglione), far finta di essere il mitico J.L.B. autore di tantissimi romanzi di incredibile successo e che nessuno conosce. Intanto deve gestire anche l’imminente matrimonio della sorella prediletta Clara, che vuole sposarsi con Clarence di Sant’Inverno, direttore di una prigione modello. La mattina del matrimonio una triste scoperta, Clarence è stato massacrato, ucciso con violenza. Ben litigherà con Julie per aver accettato di impersonare J.L.B. e viene simil-minacciato dal commissario di polizia Rabdomant “Non si faccia più vedere Malaussène!”. Il gran giorno della presentazione del romanzo (Ben aveva imparato domande e risposte a memoria, e, dato che già l’avevano pestato una volta, non sembrava aver voglia di dire altro) in un momento di empasse nel rispondere ad una domanda sulla volontà dalla folla viene sparato un proiettile che lo colpisce in piena fronte “scavando un tunnel nel mio cervello”. Tutti lo credono morto invece Ben andrà in coma profondo, con morte celebrale acclarata. Tuttavia, Therese ne è sicura, Ben morirà nel suo letto all’età di 93 anni. Intanto due dottori battagliano sullo staccare o no la spina. Marty il fidato dottore della famiglia è ovviamente contrario, mentre invece l’altro Berthold, cerca in tutti i modi di farlo, scontrandosi puntualmente con le minacce di Jeremy (fratellino di Ben) che impugna un bisturi. Una lunga serie di omicidi faranno pensare ad una vendetta di Julie contro coloro che avevano portato Ben a quella morte.
Cosa succederà dopo?
Stavolta la trama l’ho scritta io perchè quella di wikipedia non era una trama, c’era tutto il libro! Ma dico io, uno cerca il titolo di un giallo per leggere una trama e vedere se gli interessa apre la pagina e vede scritto: Trama. Allora se la legge e ad un certo punto si rende conto che si è bruciato tutto il libro! Cioè è tristissimo. Comunque, a parte questo piccolo excursus, anche questo terzo romanzo è al livello dei primi due. Sono maggiormente approfondite le figure di Isabelle (la regina Zabo), di Louna, di Clara, così come dei sentimenti di Julie cosa su cui fino ad ora Pennac aveva fatto silenzio a parte il famoso “Vuoi essere la mia porta-aerei Ben?” de “Il Paradiso degli orchi”. Un nuovo incredibile intreccio di personaggi, l’ispettore Thian si occuperà della nuova nascita della casa, Verdun, che solo lui riesce a trattare. Alla fine del libro c’è un’altra nascita (indovinate un po’) Clara era rimasta incinta di Clarence prima che lo uccidessero e darà così alla luce “E’ Un Angelo” “Con tutte le maiuscole!”. Il nome, come sempre, l’aveva scelto Jeremy.
Pennac mantiene sempre il suo stile comico ed espressivo, efficace e disincantato, profondo e cinico. Per eventuali approfondimenti potete anche leggere le recensioni dei due capitoli precedenti del ciclo!
A presto con il prossimo libro!
Leonardo
La Fata Carabina – Daniel Pennac
Scritto da Leonardo il 21 agosto 2009
Ed eccoci qui, al secondo capitolo del famoso ciclo Malaussène! Vi ricordate? Abbiamo parlato un po’ di tempo de “Il paradiso degli orchi“.. Daniel Pennac anche in questo caso con gli stessi personaggi, profila un giallo, una serie di situazioni noir che riguardano stavolta gli anziani. Ecco la trama (da wikipedia):
Una signora anziana intenta ad attraversare la strada , tutta tremolante ed insicura, si accinge a superare una lastra di ghiaccio sull’asfalto. Il giovane ispettore di polizia, Vanini, si appresta ad aiutarla. Improvvisamente, la vecchietta impugna una P38 e spara al ragazzo. Cosa accade a Belleville? Cosa accade al mercato della droga parigino? Il mercato sta cambiando: non si bruciano più i giovani, ancora vivi di speranza e bei sogni, ma gli anziani, che non hanno più uno scopo nella loro vita. Perché gli anziani, se non sono uccisi dalla loro dose, vengono crudelmente uccisi uno dopo l’altro? Le indagini di due commissari di polizia si intrecciano: da un lato, il commissario Cercaire vuole catturare a tutti i costi il colpevole dell’omicidio dell’ispettore Vanini, dall’altro, il commissario Rabdomant, affiancato dagli ispettori Pastor e Thian, indaga nell’ambiente della droga. Oltre alla polizia, anche la giornalista Julie inizia ad indagare perché vuole realizzare un reportage incentrato su questa emergente piaga sociale. Durante le sue ricerche, la donna incontra alcuni anziani caduti nel baratro della droga e, per tentare di “riabilitarli alla vita”, li porta a casa Malaussène. Julie affida ogni anziano ad uno dei componenti della famiglia. Un giorno uno dei vecchietti rivela a Benjamin Malaussène di essere stato contattato da una misteriosa ragazza che gli ha donato delle “pillole contro la tristezza”. L’uomo capisce che a Belleville qualcuno sta cercando di eliminare gli anziani, facendo pervenire loro delle droghe sotto forma di medicinali. La situazione precipita quando Julie viene ritrovata gravemente ferita dopo essere stata torturata e Hadouch Ben Tayeb viene arrestato perché momentaneamente in possesso delle pillole del vecchietto. Successivamente un’altra anziana viene uccisa, a colpi di rasoio, nella sua abitazione. La polizia, indagando sulle conoscenze della signora, scopre che l’anziana frequentava spesso Stojilkovicz, un vecchio amico di Benjamin. Nel frattempo Clara, dopo aver sviluppato alcune sue fotografie, scopre di aver immortalato la ragazza che ha donato le pillole all’anziano Suola.
Che dire, lo stile di Pennac rimane in pratica lo stesso. Continua a sconvolgermi la capacità dell’autore di trattare tematiche importanti (vita, amore, morte, famiglia, etc etc) con tale leggerezza, che non vuol dire assolutamente senza impegno o senza approfondirle. E’ proprio l’impostazione, la struttura della narrazione e, ovviamente, la sua fantastica penna che non sono mai stucchevoli. Punto di forza e cardine dei suoi romanzi sono senza dubbio i personaggi delle storie, che in ogni romanzo aumentano (oppure vengono maggiormente approfonditi dopo essere stati semplicimente citati nel capitolo precedente. Il commissario Rabdomant è senza dubbio uno dei miei preferiti. Ma in questo capitolo anche l’ispettore Pastor è un grandissimo personaggio (a proposito, di lui l’avevo capito fin dall’inizio). Come non parlare di Julie Corrençon una delle descrizioni più nitide che abbia mai letto in letteratura.
Un omaggio, ultimo, al cane Julius, anch’egli perfettamente indovinato. Non starò qui ad annoiarvi con considerazioni varie ed eventuali, ne consiglio assolutamente la lettura, e, se trovate qualcuno come il vecchio Stojil, fatemelo sapere, che un giro me lo sarei fatto..!
Leonardo







