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Scrittori Esordienti! - Una piccola guida a questo mondo così misterioso e irto di pericoli!

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Le cose

Stamattina, terzo giorno a casa con l’influenza, ho deciso di mettere un po’ di ordine nella mia camera. Progetto che si è limitato ad un singolo, ma significativo atto: ho trovato in cima ad un mobile, e conseguentemente aperto, una scatola. Dentro c’erano le mie cose di quando avevo dieci anni. Delle letterine, una statuina di porcellana, un pupazzo, un borsellino…e le altre non saprei identificarle, senza andare a riaprire la scatola…nella mia memoria c’è un blocco compatto di cose dalla combinazione di colori e forme così familiare, un blocco indistinto ma denso di risonanze…familiare come il rumore e la sensazione della mia mano quando frugavo nel cestone delle bambole, da piccola. Io e mia sorella avevamo questo grande cesto di vimini pieno di una serie di cose
preziosissime e nostre, giochi, vestiti, scarpe, sedioline, tavoli, pezzi di camper e varie, dove, con l’ispirazione e la dovizia di due giovani rabdomanti, introducevamo le braccia fino ai gomiti e rovistavamo alla ricerca di tesori.

Le cose non sono morte.

Le cose che ci circondano, le cose che guardiamo, le cose che profumano e significano, le cose che ricordano. Le cose che tocchiamo e che ci toccano sono cariche di senso e di epifanie. Hanno echi magiche e inebrianti. Sono simboliche e immediate, umane e svelanti. Le cose, come nella recherche di Proust, sono rammemoranti, in quanto parte di quel pensiero non calcolante, non metafisico, autentico, ma decisamente soggettivo, con e senza Heidegger. Le cose e quello che dicono, sono parte di un’ontologia viva, di una poetica “elementare” cui danno voce molti autori e che, in Neruda e in Afrodita di Isabel Allende, tocca le cose che si mangiano, nel loro stretto legame con l’amore. Le cose respirano le nostre storie, ci seguono e scandiscono i nostri passi, come il profumo di fiori impregna le sere d’estate e i guanti di lana ovattano il camminare per mano d’inverno. Le cose sono la nostra frontiera.

Verso la cordigliera
i cammini antichi
erano fiancheggiati da prugni,
e attraverso la chioma del fogliame,
la verde, la morata popolazione dei frutti
lasciava trasparire le sue agate ovali,
i suoi crescenti picciuoli.
Al suolo
gli stagni rispecchiavano l’intensità
dell’insensibile firmamento:
l’aria era un fiore totale e aperto.

Io, piccolo poeta,
con i primi occhi della vita,
andavo a cavallo dondolando
sotto le chiome dei prugni.
E così che da bambino
potetti aspirare da un ramo,
da una fronda,
l’aroma del mondo,
il suo garofano cristallino.

Da allora
la terra, il sole, la neve,
le raffiche della pioggia, in ottobre,
per le strade,
tutto,
la luce, l’acqua,
lasciarono nella mia memoria
odore e trasparenza di prugna:
la vita ovalizzò in un calice
il suo splendore, la sua ombra,
la sua freschezza.

Oh bacio
della bocca
nella prugna,
denti e labbra
pieni dell’ambra odorosa
della liquida luce della prugna!

Chioma
di alti alberi
severi e ombrosi
sulla cui nera corteccia
ci arrampicammo verso il nido
mordendo prugne verdi,
acide stelle!

Forse sono cambiato, non sono più
quel ragazzino a cavallo lungo
i sentieri della cordigliera.
più di una cicatrice
o scottatura
dell’età o della vita
mi hanno cambiato
la fronte, il petto,
l’anima!

Ma, ancora una volta,
ancora una volta,
torno ad essere
quel ragazzino silvestre
quando nella mano porto
una prugna:
con la sua luce
mi par di possedere
la luce del primo giorno
della terra,
nella sua delizia,
la crescita
del frutto e dell’amore.

Sì,
in questo momento,
sia qual sia, piena
come pane o colomba
o amara come
slealtà di amico,
io per te innalzo una prugna
e in essa, nella sua piccola coppa
d’ambra scura e di densità fragrante
bevo e brindo alla vita
in onor tuo,
chiunque tu sia, ovunque tu vada.

Non so chi sei, ma
lascio nel tuo cuore
una prugna.

Ode alla prugna, Pablo Neruda (Ode al vino e altre odi elementari)

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