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Le Parole di una Volta: Responsabilità.

Oggi apro questa nuova rubrica, le parole di una volta. Pensavo che esistono una serie di parole (come quella di oggi, responsabilità) che possiedono un enorme potenza invisibile. Il contenuto supera la frase, l’effetto che producono su di noi è largamente superiore al loro significato letterale. Eppure, quando penso alla Responsabilità, subito mi viene da pensare a come nel corso degli anni la percezione di tale concetto sia mutata. Per avere uno scontro frontale con ciò che sto dicendo provate a chiedere “Cosa è la responsabilità?” a una persona anziana e poi a un ragazzo. Non dico certo che l’uno è giusto e l’altro sbagliato, piuttosto vorrei richiamare l’attenzione sui tempi che cambiano.

La Responsabilità.


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La prima cosa che sono andato a fare è stato controllare nel dizionario etimologico da dove mai provenisse il termine responsabilità. Scopro che deriva dal latino responsare, ossia rispondere, e significa: “essere consapevoli delle conseguenze delle proprie condotte”. Dico la verità, mi aspettavo di più, mi aspettavo qualcosa di più pregnante (ma perchè non scopro mai quello che scopriva Heidegger?). Comunque, mi sembra un bel punto da cui iniziare. 

Un chiaro esempio di cosa fosse la responsabilità si poteva ottenere dall’osservazione del lavoro. Un tempo l’uomo produceva, lavorava, e si prendeva la responsabilità di ciò che aveva fatto: Se qualcosa va storto, colpa mia. Ciò contribuiva anche a farlo impegnare di più, al fine di offrire un prodotto sicuro e completo. Di questi giorni, la parola che vedo più spesso su targhe e avvisi è “Declina“. Per esempio in un parcheggio custodito privato io vedo “Si declina ogni responsabilità per oggetti all’interno dell’auto danneggiati o persi“. Non so voi, ma io lo trovo curioso. Cioè potrei capirlo se me lo dicesse un parcheggiatore abusivo, allora la direi vabbè.. Ma questo è un parcheggio custodito, diamine, cosa custodisci allora? Prima era tutto diverso. Era anche una questione di onore riparare a qualcosa che si era sbagliato, ammettendolo e dandosi da fare. Ma questa è un’altra parola di una volta, che ci volete fare. Intorno a noi ci sono numerosissimi esempi (dai quali non mi traggo fuori del tutto, per inciso). Non c’è responsabilità nella politica, non c’è responsabilità nei politici. Quest’ultimi difficilmente si assumono le responsabilità di ciò che hanno detto, glissano perlopiù verso un sono stato frainteso (parlo di entrambi i fronti). Non c’è responsabilità negli automobilisti che prima corrono e poi quando pigliano la multa dichiarano che c’era la nonna al volante. L’unica responsabilità che vedo intorno a me è quella di se stessi. Gli uomini tutti, ad oggi, sono attenti ad assumersi la responsabilità di se stessi, del proprio benessere. Ed in funzione di ciò sono attenti a declinare ogni altro tipo di responsabilità. Ti ho appena costruito un palazzo ma se cade non è colpa mia. Non posso però rientrare nell’ambito del lavoro senza spendere due parole in proposito. Quello del lavoro è un tasto serio, delicato. Se prima un artigiano mi costruiva un tavolo, io lo compravo (o barattavo) e portavo a casa, e ci mangiavo pure sopra, io avvertivo in quel tavolo l’artigiano. Sentivo che quello era un suo prodotto, era il frutto del suo lavoro, delle sue mani. Riconoscevo la sua persona in quel tavolo, come fosse parte della sua vita. Ebbene se un piede di quel tavolo, una fresca sera d’autunno, mi cedeva all’improvviso, io lo facevo sapere all’artigiano che il più presto possibile me lo avrebbe riparato. Mai si sarebbe sognato di accampare scuse quello è un suo prodotto, e si è rivelato difettoso. Oggi invece, praticamente ogni prodotto che ci circonda è frutto di una catena di montaggio. La scrivania alla quale adesso io sono appoggiato (rigorosamente IKEA) non mi dice niente. Non mi comunica nulla. Non ci vedo nessuno dietro, non mi sembra il prodotto di qualcuno, ma di qualcosa. A questo punto se si rompe di chi è la responsabilità? Non posso neanche dirlo, dovrei piuttosto dire di cosa è la responsabilità? Non c’è responsabilità perchè non c’è più proprietà, non c’è appropriazione, c’è espropriazione. Sembra difficile da capire ma non è così, questo tavolo non l’ha fatto l’artigiano, è frutto di una catena di montaggio. Non è dell’artigiano. 

Se dovessi pensare ad un altro aspetto importante della responsabilità è la sua applicazione nella famiglia e nelle dinamiche familiari. Se ci rifletto mi sentirei di accostarlo sempre di più all’impegno, ma potrei sbagliarmi. La responsabilità in una famiglia è presumibilmente quella del genitore. Fino ad una certa età è il genitore che deve essere responsabile, e non il figlio. Prima i genitori erano per molto più tempo a contatto con i propri figli ergo li comprendevano di più, ergo erano capiti di più. Col nostro tempo disaggiustato (the time is out of joint) le famiglie si disgregano diventando sempre di più gruppi-di-persone-costretti-a-vivere-insieme. Il ragazzo fa mille attività, la madre ed il padre pure, la tata no. Si realizza così una siffatta frattura tale che la madre ad un certo punto litigando con il bambino/ragazzo, stressata anche per altre cose, esclamerà: “Fa’ come ti pare!“. E’ in quella frase che si realizza la non-responsabilità. La sua massima espressione. La responsabilità sta nel dire al figlio questo non si può fare e, come quasi mai succede, offrirgli un’alternativa. Il problema sta qui, ci si limita a dire non si può, non ci si offre per fare qualcos’altro. Un genitore ha questa responsabilità. 

La responsabilità è far lavorare un tirocinante con la propria matricola per farlo imparare sul campo e non facendolo guardare sempre. 

Sono cose che piano piano stanno scomparendo, guidate da un costante senso di “devo stare tranquillo, senza impegni“. 

Eppure, guardando ai nostri tempi, ci sarebbe davvero bisogno di un pizzico di responsabilità in più, ed oltre ad essa anche la capacità “è colpa mia, è successo a causa mia” e non intentare cause e contro cause per dimostrare il contrario (pensiamo ai tetti della aule delle scuole, a Vito Scafidi, all’Abruzzo etc etc etc). Poi c’è la prescrizione le prove la giustizia italiana che faranno in modo da non muovere nessuna condanna e niente, rimarrà solo il peso sulla coscienza, che a questo punto dubito dia fastidio a queste persone. Una persona dovrebbe essere responsabile, corretto, per se stesso, non per legge. Ma a questo punto, come nel più mero stato di natura, l’unico modo per riportare gli uomini a tale dimensione è la certezza della pena, e finchè non ci sarà, ognuno si sentirà legittimato ad arronzare e a non fare veramente il proprio dovere, oltre che a non aggiornarsi su nuove regolamentazioni in materia di sicurezza e controlli. 

Aspettando il mondo che cambi, limitiamoci alla blogosfera (non parliamo di quello si vede su internet, ve ne prego!).

 

Saluti
Leonardo

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1 comment to Le Parole di una Volta: Responsabilità.

  • Dorian

    Sono diversi mesi che mi aggroviglio le idee su cosa significhi effettivamente Responsabilità e su cosa debba praticamente comportare.
    La mia analisi pure è voluta partire etimologicamente, ma non mi sono voluto accontentare di quello che ho trovato scritto su dizionari o vocabolari, perciò ho proseguito la mia indagine a partire anche da quello che pensavano i diversi filosofi sparsi nella storia (compreso Heidegger).
    Responsabilità secondo me, come res pondere/rispondere, deriva dalla crasi res ponens, cioè porre la cosa/in cosa= oggettivare; pertanto suppongo che il concetto di Responsabilità scaturisca parallelamente al concetto d’individuo (indivisibile=persona riconosciuta come ente, come id entificabile, riconoscibile in un “questo”). Insomma il concetto di responsabilità fa sia da perno che da necessaria conseguenza ad una forzata divisione fra soggetto-oggetto, fa da giustificazione ad un processo di cosizzazione che prosegue da secoli.
    Ringraziando il cielo il XX sec. è stato popolato da imbecilli seri (imbecillire: vacillare moralmente) che sono andati a chiedersi i veri significati delle questioni moralizzanti…. sebbene mi sembra che non abbiano avuto del tutto il coraggio di mettersi completamente in questione e di mettere tra parentesi completamente quelle “troppe sicurezze” che gli garantiscono una vita di cose.
    La questione fondamentale da cui sono voluto quindi partire è capire perchè gli esseri umani avesso bisgno di riconoscersi gl’un gl’altri come cose e mi sono chiesto se comunque vi fosse un’alternativa. Le conclusioni a cui sono giunto sono che a condurre le fila fondamentali del gioco, e quindi delle capacità razional-analitiche del l’uomo per conoscere il mondo, siano la paura della solitudine e il terrore di non poter gestire la propria vita ed esserne padroni. Queste conclusioni le ho tratte facendo un’analisi gnoseologica sulle sue modalità di accostamento ai “fatti” (perchè per conoscere – con scire: attraverso la divisione, e quindi la riduzione- ha avuto necessità di riassumere il mondo in insiemi finiti rappresentazionali) e……
    forse mi sto dilungando in sproloqui inutili……. comunque credo che la Responsabilità sia soltanto una giustificazione per non accettare il divenire soggettivistico acausale delle esperienze.

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