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Il Giorno Prima Della Felicità – Erri De Luca

Copertina dell'edizione FeltrinelliRiprendiamo la nostra rubrica dedicata ai libri con un bellissimo romanzo. Il giorno prima della felicità di Erri De Luca. Questo libro è l’ultimo di una lunga serie di romanzi nei quali aleggia sempre un sentimento di rinuncia, sconfitta. Questo proviene dalla diretta esperienza dell’autore che, a 18 anni, ha lasciato Napoli per andare a Roma dove ha poi intrapreso attività politica, per poi diventare operaio qualificato della fiat e autista dei soccorsi umanitari durante la guerra in ex-jugoslavia. Il primo romanzo arriva infatti a 40 anni (Non Ora, Non Qui. 1989), e già questo tratta dei ricordi della sua infanzia napoletana (Per maggiori informazioni link). Dunque arriviamo alla storia, ambientata a cavallo del dopoguerra, infatti le prime pagine si collocano durante la guerra, ma già dopo poco la storia si sposta una decina di anni dopo. Protagonista è un orfano accolto e accudito dal portiere di un condominio, Don Gaetano, maestro del gioco della scopa e veterano delle barricate napoletane durante la guerra, nonchè marinaio e viaggiatore. Il romanzo non è molto lungo, sono solo 130 pagine. E in fondo ci sono 5 personaggi: Il ragazzo (di cui non viene detto il nome), Don Gaetano, Don Raimondo (il libraio che presta i libri al ragazzo per farlo leggere), Anna (la ragazza di cui è innamorato fin da bambino), Il ragazzo di Anna (che diventa importante solo nel finale). Più una serie di personaggi accessori che colorano la storia. Tra le pagine assistiamo alla crescita del giovane, tra le lezioni di vita del portiere e le sue esperienze, ascoltiamo le sue riflessioni, conosciamo i suoi sentimenti. Emblema della crescita del ragazzo e il suo miglioramento nel gioco della scopa, per tutto il libro infatti perderà sempre contro Don Gaetano. Nelle ultime pagine invece riuscirà a batterlo, e da questo piccolo particolare il protagonista capirà di essere cambiato. Frase simbolo della vicenda è quella esclamata dal portiere al ragazzo mentre gli insegna il gioco “T’aggia impara’ e t’aggia perder” (Ti devo insegnare e poi ti devo perdere) che sta ad indicare come dopo che un maestro ti insegna qualcosa, dopo che ti ha detto tutto ciò che sapeva, e il momento che tu vada via, verso altri orizzonti. Il ragazzo memorizza tale frase e la trasporta nella sua vicenda con Napoli. Per una vicenda che lo vedrà coinvolto in un duello per Anna (durante il quale ucciderà un guappo) sarà costretto a lasciare la città partendo in nave per l’Argentina, una città che gli aveva donato le lezioni di vita di Don Gaetano, la semplicità di La Capa, la generosità di Don Raimondo, l’amore di Anna e della vedova, insomma l’aveva imparato, ora lo doveva perdere. Riporto qui delle righe dell’ultima parte del libro che sono perfette e non ci sono parole migliori per descriverle.

“[...] T’aggia imparà e t’aggia perdere”, ti devo insegnare e poi ti devo perdere, la città mi spingeva al largo. Non potevo continuare la vita che m’era cresciuta, pronta come una pizzella nell’olio di frittura. Mi aveva girato e rigirato, infarinato e poi buttato dentro il tegame nero. In una sua poesia Salvatore Di Giacomo si augura di essere un pesciolino afferrato dalle belle mani di una donn’Amalia che l’infarina e ‘o mena int’ a tiell. Capitava a me. Donn’Amalia era la città e la tiella nera era l’oceano. [...]

Per quanto riguarda l’effetto sul lettore a me è piaciuto moltissimo, prima di tutto perchè è scritto molto bene, è scorrevole e affronta tematiche importanti con classe e leggerezza. Ma anche e soprattutto perchè affronta una tematica a me molto cara, ovvero l’odi et amo nei confronti di questa città, nella quale più vivo più sento che mi piacerebbe starci per sempre. D’altra parte più vivo, più sento che non posso starci per sempre. E allora è vero che Napoli mi insegna a vivere e poi mi lascia andare lontano, proprio come la più premurosa delle madri.

Buona Lettura,
Leonardo

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