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Into The Wild (2007)

Qualche Info:

Regia: Sean Penn
Cast: Emile Hirsch, Vince Vaughn, William Hurt..
Anno di Produzione: 2007
Genere: Avventura
Premi: Candidato a 2 Oscar, 1 Golden Globe
Durata: 142 min. circa

Nelle Terre Selvagge – Into The Wild è tratto dall’omonimo libro di Jon Krakauer che tratta della storia vera di un ragazzo, Chris Maccandless che, una volta laureato, decide di lasciare tutto e partire alla ricerca della verità, secondo lui nascosta in un rapporto intenso con la natura. Chris (Emile Hirsch) prima di tutto cambierà il suo nome in Alexander Supertramp, e comincerà il viaggio con la sua vecchia macchina, poi la lascerà lì, nel deserto, brucerà tutti i soldi che ha in tasca e incomincierà a camminare compiendo un itinerario davvero difficoltoso. Alex conoscerà tante persone e si confronterà con tante realtà, farà tanti lavori come l’agricoltore, con Wayne (Vince Vaughn) o lavorerà in un fast food, per pagarsi il suo viaggio verso un’unica meta, l’Alaska. Sulla strada otterrà consigli sulla caccia, comprerà libri per informarsi su come sopravvivere nella natura più ardua, si farà tanti amici che gli daranno tanti consigli (e spesso anche qualche oggetto che magari può tornargli utile). Per tutto il film Chris dimostra una convinzione e una coerenza incredibili, è deciso ad arrivare fino in fondo. Ma arriviamo a quello che si sente guardando questo film. Non fatico a dire che è sicuramente sul podio dei migliori film mai visti (ovviamente da parte mia). L’avventura che Chris decide di intraprendere l’abbiamo un po’ sempre pensata anche noi quando, avvolti dalle solite nuvole, ci diciamo -prima o poi cambio casa- oppure -no ma io mi trasferisco tra poco, il tempo che la situazione si assesta- o anche -basta non resisto un minuto di più-. L’unica differenza è che lui l’ha fatto, l’ha fatto davvero. Ad un’analisi del film attenta però ci si rende conto di come, nonostante il film lo faccia intendere più e più volte, non si colga che gran parte del viaggio e del rifiuto di Chris verso la società è generato da un generale cattivo rapporto con la sua famiglia, e non con la società stessa. Insomma tutti noi (ottenebrati da quei cavolo di leit-motiv è colpa della società! la società è cattiva) colleghiamo la sua fuga ad un rifiuto generale, e non particolare. Chris scappa dai litigi dei suoi genitori, dalla loro falsità, dai loro ruoli. Chris scende le rapide in Kayak e piange davanti ad uno spettacolo di cervi sulla neve. Chris in condizioni di fame non riesce a sparare ad un daino poichè vede il suo cucciolo, dietro. Chris è nella natura, ma non si comporta come un essere del tutto naturale. Chris forse sa di poter essere solo un osservatore, un viandante, un bisognoso che cerca di ottenere nello scambio con la natura la verità, la felicità, che la cultura non ha saputo dargli. Cosa che il suo utilizzo di strumenti quali il fucile, l’autostop, stivali, libri, protezioni, coltelli e così via dimostra. Non venitemi a dire dunque che l’utilizzo di tali strumenti è contraddittorio perchè dichiarereste apertamente di non aver capito il suo obiettivo. E allora si muove con i libri di Thoreau, Tolstoj, Jack London, Pasternak, Mark Twain. E li legge anche quando ormai è ai limiti della sopravvivenza. Nonostante la sua caparbietà, anche le sue convinzioni mutano durante il cammino, parte ritenendo che “la felicità non proviene dalle relazioni con gli esseri umani” e finisce, poco prima di morire nel suo bus in Alaska, scrivendo con le sue ultime forze “Happiness is real only when shared – La felicità è vera solo quando è condivisa“. Ma attenzione, si può cadere in un ennesimo tranello, Chris non voleva assolutamente morire, non voleva annientarsi, la sua era una ricerca, estrema, senza vie di mezzo. Chris voleva tornare da Tracy, a Slab City. Chris diceva a Wayne di voler tornare e poi scrivere un libro per raccontare il suo viaggio. E’ stato un incidente, un errore, a condurlo all’ultimo respiro. Nella foto che si era fatto con l’autoscatto (il rullino è stato ritrovato da alcuni cacciatori una settimana circa dopo la sua morte), Chris mostra un sorriso spontaneo, felice, naturale. E’ impossibile non rimanerne abbagliati. Una fantastica colonna sonora firmata da Eddie Vedder (voce dei Pearl Jam) con in particolare il brano Guaranteed che ha vinto il GoldenGlobe per Miglior Canzone Originale, per non parlare della fotografia, che fa vibrare di emozioni ogni singola scena, regalo della testa di Sean Penn. Sono rimasto enormemente deluso dalla scoperta che non ha vinto nessun Oscar, ed è stato candidato solo a due premi. Ma la spiegazione può essere una sola, Into The Wild è un film che dice “No” ad un certo genere di cose, e la direzione dei Premi Oscar a dimostrato a più riprese di dire “Sì”, a tali cose.

Da due anni egli percorre il mondo.
Niente telefono, niente piscina, niente animali domestici, niente sigarette.
Libertà Estrema.
Un estremista. Un viaggiatore esteta la cui casa è la strada.
Così ora, dopo due anni di cammino, arriva l’ultima e più grande avventura;
l’apogeo della battaglia per uccidere l’essere ipocrita che sta dentro
e per concludere vittoriosamente la rivoluzione spirituale.
Per non essere più avvelenato dalla civiltà, egli fugge;
cammina solo sulla terra per perdersi nella natura selvaggia.

Alexander Supertramp, Maggio 1992.
Buona Visione, Leonardo.

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5 comments to Into The Wild (2007)

  • Leonardo

    Noiso?? non dirai mica noioso!!

  • francesca

    uno dei miei film preferiti..altro che noioso, direi addirittura entusiasmante! w supertramp! e come al solito grande sean penn ;)

  • IL MANIFESTO

    12 CULTURA & VISIONI

    06.06.2010

    TAGLIO MEDIO
    di Emanuele Piccardo

    SAGGI
    Il sogno americano tra super-eroi e nuovi pionieri
    LIBRI: EMILIANO ILARDI, LA FRONTIERA CONTRO LA METROPOLI, LIGUORI, PP. 116, EURO 12,50

    Affrontando da diversi punti di vista – la letteratura, la sociologia, il cinema e l’urbanistica – il tema del rapporto tra spazi, media e politica nell’immaginario urbano degli Stati Uniti, Emiliano Ilardi definisce la frontiera come quel luogo all’interno del quale è possibile esprimere la propria individualità, esaudire i propri desideri e affrontare una nuova vita lasciandosi alle spalle il passato. Tale concetto assume maggior forza nel territorio americano che storicamente accoglie le diversità allontanandole dal centro, basti pensare alle sette religiose o alle comunità hippie che occupano i vuoti delle praterie. Mentre in Europa sembra non esserci via di uscita dalla città, in America la grande quantità di spazi di cui i cittadini dispongono offre all’immaginario un’alternativa potente, il palcoscenico su cui proiettare desideri di fuga o tensioni verso la libertà.
    Anche la metropoli, tuttavia, può diventare una sorta di frontiera: definendo la figura sociale dell’arrivista come quella di un neo-pioniere, il cinema e la letteratura contribuiscono a individuare negli spazi urbani il luogo privilegiato per il raggiungimento del successo. D’altra parte, l’arrivista tende a usare la metropoli allontanandosene il più presto possibile: l’aspirazione, come scrive il romanziere Chuck Palahniuk, è quella di «diventare tanto ricco da poterti tirar fuori dalla marmaglia, da tutta quella gente in autostrada o, peggio, in autobus. No, il sogno è una grande casa, isolata in capo al mondo». Infatti, commenta Ilardi, «il mescolamento e la promiscuità non sono archetipi dell’immaginario metropolitano americano: troppi desideri concentrati in uno spazio troppo piccolo».
    Se dunque in Europa la politica cerca di governare i conflitti, negli Stati Uniti la gestione della folla e delle sue diversità etniche, religiose ed economiche tende a tradursi sostanzialmente nell’offerta di spazio. Per disgregare la folla, si usa ogni sorta di mezzo, che si tratti delle nuove arterie autostradali grazie alle quali è possibile controllare i flussi di cittadini o delle gated communities tipiche della città-fortezza. Come simbolo dell’ingovernabilità del caos urbano Ilardi introduce la figura del super-eroe, espressa dai fumetti e dal cinema, l’unica capace di mettere ordine là dove si dimostrano impotenti i politici, i potenti, e perfino i malavitosi: una figura che incarna alla perfezione l’individualismo dell’American dream.

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