“Aida le tue battaglie i compromessi la povertà… “. Sbattere di ciglia, una luce tenue mi tormenta fino a porre fine ai miei sogni. Mi volto, mi rigiro, tossisco e lascio perdere, ormai l’idillio rem è sbiadito fino a dissolversi, ergo devo alzarmi. Combatto ancora un po’ con me stessa al pensiero di dovermi sottrarre al calore vaporoso del piumone, ma ormai è deciso. Mi alzo; bevo l’acqua dal bicchiere che ho riposto sulla mensola ieri notte; cerco di ignorare l’assordante rumore dell’aspirapolvere dietro la porta e di non pensare che vorrei vivere da sola. In un attimo ho fatto colazione e mi sono lavata e vestita, provo a convincere mia mamma che non mi servono altri due pantaloni e che il mio armadio per grazia di Dio è stracolmo, insomma scendo.
Tra l’attività cerebrale ancora in rodaggio e l’automatismo del muscolo scheletrico sono giunta al centro. Me ne accorgo solo dalla luce ampia e dal vociare caratteristico di piazza Dante, il vero punto di snodo della città da cui tutte le strade si snocciolano come arterie e vene, portando ai punti più disparati della città più araba d’Europa. Almeno fin quando la Turchia ne sarà esclusa.
Quasi ciondolando mi dirigo verso san Pietro a Maiella, cercando di non fare caso all’edificio che più ho agognato per gli ultimi tre anni e che ora mi provoca quasi un senso di nausea. Il policlinico. Gironzolo tutta la mattina e anche il primo pomeriggio. E’ ancora novembre eppure non fa freddo più di tanto, ma l’odore di caldarroste e il suono di ciaramelle e zampogne già pregnano l’aria di cui mi nutro. Fra un colpo di tosse e l’altro penso che dovrei smettere di fumare e, tanto per mantenere un minimo di coerenza, accendo una sigaretta, la prima della giornata. Fra un misto di strane emozioni che si mescolano nel passaggio dalle sinapsi al cuore arrivo davanti al Gay Odin di via Benedetto Croce e mi lascio convincere da me stessa ad approfittare dei sensi. Scelgo foresta e brasiliano ed esco col mio gelato tra gli sguardi stupiti della gente che fra l’indifferenza e la curiosità nota la mia solitudine. Ecco il punto cruciale della giornata; le papille gustative mi ricordano che sono viva e che sono felice anche se non so perché. Le mie puntate al centro sono in genere sempre accompagnate dalla musica che mi distrae e mi richiama dalle riflessioni eppure oggi non rifletto. Sento. È come se il dormiveglia avesse teso i miei sforzi all’ascolto delle risposte alle domande che da un po’ si aggirano nella parte sommersa del mio inconscio. Mi viene in mente la canzone con cui è finito il mio sogno. Aida di Rino Gaetano. In parte mi riconosco nel personaggio cantato, in parte temo di riconoscermi in molti personaggi, forse troppi. Così tanti che poi ho finito per non sapere più chi sono. Sfoglio fotogrammi della mia vita che riaffiorano con una sequenza che ricorda le coperte di patchwork, e d’improvviso mi accorgo che sono nel bazar polifonico e multicolore di San Gregorio Armeno.
Uno sguardo distratto all’orologio, un ultimo deja vu mi ricorda una persona che conoscevo e che forse ho sognato stanotte. Malinconia. Ero li davanti a quella stessa frenesia di gente qualche anno fa con qualcuno che conosco e che ho perduto nel patchwork dei miei tormenti; era il 2007, forse marzo ed ero più sicura, conoscevo il mio posto nel mondo, anche se questa nuova inconsapevolezza non mi dispiace. Penso forse un po’ ottimisticamente che posso ricominciare ogni giorno daccapo come infiniti incipit di un romanzo che prima o poi finirà in modo sconclusionato. Eppure una parte di me sa che il passato ritorna, che oggi sono il frutto di ieri come molecole che vengono demolite per dare vita a nuove molecole con nuove funzioni ma con gli stessi elementi di prima. Il tempo scorre ed io mi perdo sempre più nel turbinio degli impegni quotidiani.
E così sempre ciondolando torno a casa nel galleggiare dei miei pensieri inconcludenti.


Credo che con queste parole che hai scritto sei riuscita a trasmettere “a modo” il senso di “galleggiamento” che subiamo tanti, troppi di noi.
Non smetterò mai di ripetere, più a me stesso che agli altri, che la vita va vissuta attimo per attimo. Parole già dette e troppo usate? Forse, ma io ci credo fino in fondo.
Cosa intendo per vivere la vita attimo per attimo? Lasciando perdere le cazzate “vivi come se oggi fosse l’ultimo giorno della tua vita”, credo che l’unico modo per arrivare un giorno a poter dire “Ok, forse ho vissuto la mia vita!” sia quello di concentrarsi su ogni piccola azione, ogni gesto, viverlo fino in fondo: “perchè sto facendo questo? che beneficio posso trarne? a quali conseguenze mi porterà?”. Se si riesce ad applicare questo metodo “investigativo” ad ogni momento della giornata, si è quasi costretti ad avere consapevolezza di se e dei propri gesti.
Ho osservato la vostra protesta contro la ormai legge 133, e devo dire che gli inni del tipo “Risvegliamo le coscienze!” mi hanno sempre fatto un pò sorridere, perchè effettivamente mi guardo intorno e vedo persone “proiettate a Piazza Dante senza che se ne accorgano”. Sia ben chiaro: non è una critica a Gemma, che sei riuscita, tramite un racconto, a fare un’analisi piuttosto critica dell’inerzia in cui siamo immersi, ma mi sono sempre chiesto come possono, persone che della propria vita non sono padroni nemmeno all’ 1%, pretendere di “aprire gli occhi”.
Anzi, se proprio dovessi dare un consiglio a qualcuno che per tutta la sua vita ha avuto gli occhi chiusi, e sta chissà per quale motivo decidendo di aprirli, questo consiglio sarebbe “resta nel tepore vaporoso del tuo piumone, fratello, perchè non ti piacerà quello che vedrai là fuori”, che infondo non è altro che quello che ripeto a me stesso tutte le mattine davanti allo specchio.
Ma si sa, i consigli vanno presi per quelli che sono, una forma di nostalgia, e fortunatamente al mondo non sono tutti talmente pazzi da seguire i miei consigli!
……..Me in particolare
Grazie ancora per le parole che hai scritto, mi hanno regalato un lieto risveglio.
Francesco.
Sai una cosa? Scrissi qualcosa di molto simile qualche tempo fa… Prima di tutto sono molto contento che alla fine tu abbia voluto partecipare e mi auguro che seguendo la tua iniziativa anche il tizio qui sopra di me (…) lo farà!
Scegliere non è mai facile, e l’indolenza alla quale, in modi e tempi diversi, tutti noi approdiamo diventa un circolo vizioso. E’ difficile poi sottrarsi… Sai, io penso che sia un po’ come un foglio piegato, sì, sai uno di quei fogli con la classica recchietta che hai piegato poggiandoci il gomito sopra. Allora che fai dici – cazzo no, e mo? – fai qualche tentativo..
Poi cavolo.. Ti rendi conto che l’unico modo di aggiustarla è piegarla nell’altro verso.
Leonardo
p.s. e comunque ti rimane un po’ il segno.