E pensare che vivere dovrebbe essere più facile. Che uno si guarda intorno, famiglie, persone, affaccendarsi. Ma a che serve? In fondo nessuno sa cosa c’è dopo, magari ci sarà giudice imparziale, magari saranno puniti coloro che hanno prodotto di più perchè hanno vietato alla loro anima i piaceri semplici. O forse il contrario. Ciò che ci rimane di sicuro è la nostra vita terrena, che per miracolo è nelle nostre mani, frutto delle nostre emozioni e dei nostri sforzi. E allora in questo fiume di incoscienza, facciamoci trascinare e curiamo questa nostra possibilità, ognuno come meglio crede.
Ma quanta fatica sprecata..
Dispiaceri, rancori, delusioni. Perchè?
I Kansas cantavano “[...]All we are is dust in the wind.. [...]“, pensare alla polvere trascinata dal vento mi fa sobbalzare. Un turbine che si alza verso lo spazio aperto, sballottato dove la pressione preferisce. Certe persone tenteranno di rendere la nostra vita più amara, persone che non hanno niente a che fare con noi, che non conosciamo (o non vorremmo conoscere) ci faranno del male, violenteranno le nostre sensazioni. Nelle vite che conduciamo un qualsiasi sconosciuto può turbare i nostri animi, pensiamoci un attimo. Pensate a oggi, quale sconosciuto vi ha fatto arrabbiare? Il portiere o l’automobilista un po’ incapace davanti? Il parcheggiatore abusivo o il commesso bastardo di Fnac? I bulletti di turno o quel condomino così assillante? E chi sono queste persone per farvi star male? Quanti sconosciuti avete fatto arrabbiare voi? I cosiddetti cinque minuti li abbiamo tutti per le cause più disparate. Siamo enormemente vulnerabili, influenzabili, così poco imperturbabili. Siamo tutti in fuga, penso io. Pensate a un naufragio. Pensate a voi naufraghi, su un’isola, sperduta, in compagnia del portiere e dell’automobilista, del parcheggiatore abusivo e del commesso, del bullo e del condomino. L’acqua scorre calma, ed il sole, di giorno in giorno, conclude incessantemente il suo corso. Potete vedere benissimo le stelle, forse non le avete mai guardate, forse ora lo fate perchè non potete fare nient’altro. Ma che importa? La loro lucentezza vi colpisce, e gli occhi, si quei vostri occhi che tanto attendevano il verde del semaforo, si colmano di lacrime. Cosa avete fatto della vostra vita, continuo turbinio di sofferenze. E allora vi alzate dal bagnasciuga e vedete in lontananza un falò, è il fuoco che hanno acceso gli altri sventurati. Così, a passi pesanti vi avvicinate e siete tutti intorno a quel fuoco. Vi guardereste negli occhi e forse piangereste, forse no. Forse qualcuno per qualche giorno continuerebbe ad essere così maledettamente odioso. Ma dopo, dopo avrete riguardo l’uno per l’altro, cercherete di essere il più possibile nella sventura, nell’ignoto.
E allora la vita dovrebbe essere forse vista così, un’eterna emergenza. Avreste il coraggio durante un’emergenza di dar fastidio ad un altro individuo? Avreste il coraggio di permettere a qualcuno di turbare il vostro animo in una tale condizione? No, non l’avreste.
Il problema è che ci sono troppe persone che non pensano affatto a qualcosa del genere. Non so se posso parlare delle masse in tal senso, so che molti non ci hanno mai riflettuto. Siate cordiali, non portate rancore ad altri individui, perchè loro come voi percorrono un binario che conduce in una buia e stretta galleria. Guardiamoci l’un l’altro come compagni, e se in questo viaggio riusciamo a sorridere, a rallegrare il nostro spirito, ben venga, è un’ “Allegria di Naufraghi” la paradossale allegria ungarettiana. Pensiamo ai poeti, all’arte che tanto agogna esprimere l’inesprimibile. Pensiamo dunque all’uomo, che tanto agogna l’esistere piuttosto che l’essere.
Volgiamo piuttosto le nostre lacrime, le nostre turbe, all’incanto dell’uomo, alle immense capacità che ognuno di noi ha, nascoste nelle più mutevoli forme. Siamo sì spaventati da tali sentimenti, ma ne siamo anche tremendamente affascinati.


Cercavo indirizzi editoriali e guarda chi ti trovo?!
Da naufrago, anche se non sempre dal cuore leggero, violo per un istante il tuo privato (privato reso pubblico da internet) e ti mando un saluto. Questa tua “vecchia” cosa mi ha fatto venire in mente una poesia che amo molto; coerente o reattiva che sia.
A Pasqua ci siamo mancati per poco, ma comunque spero sempre, per citarne un’altra tra le mie preferite, che sia un’ “assenza, più acuta presenza”.
Émile Masson, Au Vent de la Mer (1921)
« Tu as aimé les hommes ? Tu as aimé la vie ? Tu as aimé l’amour, la vérité, la justice, la beauté, etc. ? Voilà ce que tu as proclamé ! Eh bien, est-ce vrai ? Amène-toi donc au jour, que nous te voyions. Comment as-tu vécu ? Qu’as-tu fais dans ton corps et dans ton cœur, de ta vie ? »